Lettera aperta al giornalista di LA REPUBBLICA Francesco Merlo, autore del video “Da Genova a Messina, le differenze di un’Italia flagellata

Ciccio,
ti scrivo a nome di tanti siciliani, e ti chiamo Ciccio perché anche tu sei siciliano, essendo nato a Catania.
Lo
so che ti da fastidio, perché -avendo lavorato per 19 anni al Corriere
della Sera e scrivendo da 10 anni per La Repubblica- probabilmente non
ti piace essere chiamato “Ciccio”.
Magari, dopo tanti anni al Corriere, parli pure milanese, e Ciccio in milanese non suona bene.
Ma io continuerò lo stesso a chiamarti Ciccio, ok?
Dunque,
Ciccio, voglio dirti che qui noi siamo indignati. Lo so che, proprio in
questi ultimi tempi, è un termine inflazionato ma non ne trovo uno
migliore per manifestarti il nostro sdegno per quello che hai detto nel
tuo servizio sull’alluvione nel messinese.
Qui l’acqua avrebbe
portato via il “mattone selvaggio e l’accozzaglia di laterizi”, mentre
…dalle tue parti la natura malvagia avrebbe distrutto “i centri storici,
lo spazio pubblico celebrato, la bellezza di città che sono
storicamente costruite per piacere, per aiutare l’uomo a vivere e non a
sopravvivere”.
Ciccio, ma che dici? La storia della tua terra (quella d’origine, intendo: la Sicilia) te la ricordi?
Ciccio, anche i nostri paesi hanno un centro storico: centri di antica tradizione, come Saponara: ti ricordi di Saponara, vero?
A
Saponara l’acqua ha mandato giù un costone roccioso che ha sotterrato
una casa, e -con la casa- ha sotterrato anche tre persone, e fra queste
tre persone c’era un angioletto biondo di appena dieci anni.
Ah,
…dimenticavo: quella casa non era abusiva: era una casa come la tua,
forse meno ricca della tua, ma era comunque una casa, insomma una casa
normale, non un’accozzaglia di laterizi.
A proposito del nostro
bimbo annegato nel fango, …ecco, qui voglio ringraziarti per aver detto
che “i bambini affogati sono uguali”. Almeno questo ce lo hai
riconosciuto, Ciccio, …i nostri non sono figli di un dio minore, almeno
quando affogano nel fango.
Grazie, grazie davvero.
“La forza dell’acqua distrugge sviluppo e sottosviluppo”. Naturalmente, lo sviluppo sta al Nord e il sottosviluppo è il nostro.
Ciccio, vuoi che partiamo da lontano?
E
allora, mi permetto di ricordarti che nell’anno 1100, mentre dalle tue
parti si brancolava nel buio del Medioevo, i Siciliani avevano il primo
Parlamento della storia, il primo parlamento d’Europa.
Facciamo un bel salto e arriviamo al 1861.
In
quegli anni -esattamente nel 1856- in occasione dell’Esposizione
Internazionale di Parigi, Il Regno delle Due Sicilie ricevette il Premio
come terzo Paese più industrializzato del mondo, dopo Inghilterra e
Francia.
Il Meridione possedeva una flotta mercantile pari ai 4/5 del naviglio italiano, una flotta che era la quarta del mondo. Il Sud era il primo produttore in Italia di materia prima e semi-lavorati per l’industria. Avevamo circa 100 industrie metal meccaniche che lavoravano a pieno regime (era attiva la più grande industria metalmeccanica d’Italia). Avevamo industrie tessili, manifatturiere, estrattive. Avevamo, distillerie, cartiere. Avevamo la prima industria siderurgica d’Italia. Il primo mezzo navale a vapore del Mediterraneo (una goletta) fu costruito nelle Due Sicilie e fu anche il primo al mondo a
navigare per mare. La prima nave italiana che arrivò nel 1854, dopo 26
giorni di navigazione, a New York, era meridionale, e si chiamava
-guarda un po’!- “Sicilia”. La bilancia commerciale con gli Stati Uniti
era fortemente in attivo e il volume degli scambi era quasi il quintuplo
del Piemonte. Il cantiere di
Castellammare di Stabia, con 1.800 operai, era il primo d’ Italia per grandezza e importanza.
Ancora: il tasso di sconto praticato dalle banche era pari al 3%,
il più basso della Penisola; una “fede di credito” rilasciata dal Banco
di Napoli era valutata sui mercati internazionali fino a quattro 
volte
il valore nominale. Il Regno Napoletano, fra tutti gli Stati italiani,
vantava il sistema fiscale con il minor numero di tasse: ve ne erano
soltanto cinque.
Tu, Ciccio, potresti dirmi: “acqua passata”. Potresti chiedermi come ci siamo ridotti così, oggi, …sottosviluppati.
Bene,
…ti spiego: fin dal primo anno di unificazione, il neonato Stato
italiano introdusse ben 36 nuove imposte ed elevò quelle già esistenti.
In
appena quattro anni, la pressione fiscale aumentò dell’87%, ed il costo
della vita ebbe un incremento del 40% rispetto al 1860, i salari
persero il 15% del potere d’acquisto.
Dopo
l’unificazione d’Italia, l’industria meridionale e persino l’agricoltura
furono letteralmente abbandonate e penalizzate con una politica
economica che favorì il Nord a danno del Sud, come risulta da
un’inchiesta sulla ripartizione territoriale delle entrate e delle spese
dello Stato voluta da Francesco Saverio Nitti (non l’abbiamo pagato
noi, …giuro).
Per diversi decenni si verificò un
continuo drenaggio di capitali dal meridione al Nord dovuto proprio ad
una scelta di politica economica dello Stato, mentre sul piano delle
imposte il Mezzogiorno e la Sicilia contribuivano in maniera di gran
lunga superiore alle regioni del Nord.
Non andò meglio per i lavori pubblici, in quanto gran parte delle spese furono fatte nell’Italia Settentrionale e Centrale.
In
sostanza il bottino dei Savoia fu veramente enorme, se si considera che
il danaro trafugato dalle casse del “Regno delle Due Sicilie” ammontava
a 443 milioni di lire oro, vale a dire due volte superiore a quello di
tutti (dico tutti) gli Stati preunitari della penisola messi insieme; lo
Stato savoiardo ne possedeva solo 20 milioni.
Questa è storia Ciccio, dunque non volercene se una politica assassina ci ha ridotto come siamo adesso.
Non
dirci che siamo “sottosviluppati”, non ce lo meritiamo. Perché -vedi-
la cultura siciliana non è da meno rispetto a quella dell’ormai “tuo”
Nord.
Anzi…, a giudicare dal numero e
dall’importanza dei cervelli che mandiamo a lavorare dalle tue parti,
potrei osare di più, ma non mi va.
L’acqua, qui, porta via centri storici e persone esattamente come a Genova e come nelle Cinque Terre.
E a Barcellona i torrenti sono “tombinati” esattamente come a Genova.
Sai, Ciccio, i giornali arrivano anche qui, e noi li leggiamo.
E,
se proprio la vogliamo dire tutta, anche a Genova c’erano case
costruite nei greti dei torrenti: le abbiamo viste tutti in televisione:
anche lì, dunque, “mattone selvaggio” e “accozzaglia di laterizi”?
Ascoltami,
Ciccio: nella prossima estate, torna in Sicilia. Non ti chiedo di
starci molto: quindici giorni a pensione completa. Fatti un giro, magari
anche nella città che ti ha visto bimbo meridionale: Catania.
Scoprirai cose nuove.
Scoprirai che i siciliani non sono affatto rassegnati, sono incazzati neri.
E’ diverso.
Scoprirai
che “le persone per bene” che pensano che il Sud sia solo
violento-imprevedibile-inaffidabile-sprecone-confusionario-corrotto-mafioso-camorristico
(come dici tu in una sorta di crescendo rossiniano), in realtà non sono
persone per bene: sono degli idioti. Oppure dei delinquenti.
E
mi dispiace se fra loro dovessero esserci amici tuoi: sempre idioti
restano, o delinquenti che hanno interesse ad affossarci ancora di più.
Perché
-vedi- se qui i mafiosi portano ancora la coppola, mentre al Nord
portano la cravatta e magari hanno l’auto blu e la scorta, per noi non
fa molta differenza.
Ripeto, i giornali li leggiamo anche qua.
…E quella “pietà diversa” di cui parli, Ciccio: ma ti sei ascoltato?
“La
disgrazia di Genova fece esplodere gli animi e mettere mano al
portafoglio”, mentre qui le disgrazie sarebbero solo “il prolungamento
della normalità”. Qui è meglio “non dare perché elemosiniere d
elemosinato rischiano di fare la stessa fine”. E, quindi, “aiutare il
Sud potrebbe risultare pericoloso, fortemente pericoloso”.
No, Ciccio, ti sbagli.
La
nostra normalità non è questa che dici tu. La nostra “normalità” ci è
stata tolta proprio da quelle “persone per bene” di cui parli, quelle
stesse che oggi vorrebbero farci “il ponte sullo Stretto” per finire di
fregarci il poco che ci è rimasto.
Noi non siamo affatto rassegnati, Ciccio, e vogliamo riprendercela la nostra normalità.
La
nostra normalità ha nome e cognome, anzi …nomi e cognomi, come
Antonello da Messina, Vincenzo Bellini, Francesco Maurolico, Finocchiaro
Aprile, Alessandro Scarlatti, Filippo Juvara, Luigi Pirandello,
Giovanni Verga, Lucio Piccolo, Tommaso Cannizzaro, Bartolo Cattafi,
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Renato Guttuso, Ettore Majorana, Vittorio
Emanuele Orlando, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sciascia, Vann’Antò’.
La
nostra normalità ha luoghi che si chiamano Mozia, Segesta, Selinunte,
Piazza Armerina, Naxos, Siracusa, Monreale, Taormina, Erice, Agrigento,
Noto: tutti con i loro “centri storici”, come Messina, e -perché no-
come Barcellona e come Saponara.
Noi conserviamo la cultura dei nostri padri. Noi conserviamo le tradizioni di questi luoghi.
Non siamo rassegnati, siamo orgogliosi (oltre che incazzati).
E
se i nostri Gattopardi sono stati sbranati dalle iene e dagli
sciacalli, come aveva previsto il Principe di Lampedusa in tempi non
sospetti, beh …verrà il momento del riscatto.
Noi ci crediamo, dobbiamo crederci.
E,
per tornare alla tua “pietà diversa”, sappi che questo tipo di pietà
non ci interessa. Noi vogliamo solo difendere i nostri diritti, vogliamo
solo il nostro, quello che ci spetta.
Siamo noi che abbiamo pietà, pietà per gli oppressi, per i vinti, pietà per chiunque soffra.
E
siamo ancora noi che abbiamo, legittimamente, dei pregiudizi. Da oggi
nutriamo pregiudizi anche nei tuoi confronti e nei confronti del tuo
giornale.
E se non riesci a fartene una ragione, se
non riesci a pensare di dovere chiedere scusa, allora davvero hai voluto
rinnegare le tue origini, le tue radici, la tua storia.
Ciao Ciccio.
Movimento Sicilia Libera