1848. Una Rivoluzione Siciliana e le sue Lezioni per l’Avvenire.


L’insurrezione annunciata. La mattina del 9 gennaio i muri di
Palermo agghjiòrninu tappezzati di manifestini che convocano
nientedimeno che una Rivoluzione: “Siciliani! Il tempo delle preghiere
inutilmente passò…Ferdinando tutto ha spezzato; e noi, popolo nato
libero, ridotto fra catene nella miseria…Alle armi, figli di
Sicilia!…L’unirsi dei Popoli è la caduta dei Re!. Il giorno 12 gennaio
segnerà…”.  E così fu.



Lu vinticincu di lu misi di Jinnaru
dell’anno 1848 anche Messina fece la Cosa Giusta. Sebbene nuovamente
martoriata dalle cannonate continentali, sparate ad alzo zero dalla
piazzaforte napolitana della Cittadella, nell’area falcata, il suo
popolo indomito rilancia la rivolta profetica di Settembre già
schiacciata nel sangue dai Borbone, insorgendo con tutte le sue forze
per l’Indipendenza della Sicilia. Ridestata dall’insurrezione
palermitana del 12 gennaio e incoraggiata da quella
catanese del giorno prima. Da Messina, in realtà, parte un segnale
potente: ben presto, delegati da tutte le città siciliane confluiscono
nel Comitato Insorgente costituito a Palermo. Al culmine di mezzo secolo
di tentativi, sembra iniziare la “Rivoluzione perfetta”.



Intanto, a
Messina, ricacciato fisicamente e neutralizzato politicamente,
l’occupante continentale si asserraglia nella fortezza della Cittadella,
nell’area falcata, l’antica tortuga dei Siculi di Zancle; ma il popolo
messinese aveva le idee chiare, fin dall’inizio: “ La Cittadella
‘nfamia, china di cannuneri, ci azziccamu li banneri, ca vulemu la
libbirtà!”. Nel 1847 una terribile carestia aveva prodotto una acuta
crisi commerciale su scala europea. In Irlanda, per esempio, la fame
nera décima un popolo intero e riempie le navi per l’America. La crisi
alimenta ovunque il fuoco sociale e la scintilla dell’insurrezione
siciliana si propaga rapidamente in decine
di città del Vecchio Continente.



L’Ottocento siciliano fu un secolo
di cospirazioni, di rivolte e di rivoluzioni per l’Indipendenza
dell’Isola: tutte sconfitte. Ma quella del 1848, per ragioni
geopolitiche, riuscì almeno a imporsi per quindici lunghi mesi. Un Tempo
liberato.



Che venga inscritta, sebbene in poche truffaldine righe,
nella vulgata prevalente sul “Risorgimento italiano” è quantomeno
offensivo: semmai avrebbe un posto d’onore nel libro mai scritto delle
illusioni, dell’inconcludenza e delle occasioni perdute.



Nell’Isola,
almeno a parole, quasi tutti volevano uno Stato siciliano indipendente e
fraternamente confederato ai futuri e auspicati Stati italiani, nella
logica “l’Italia sarà libera quando la Sicilia sarà libera”.


Ne dico
una: malgrado i tanti problemi quotidiani che il Governo rivoluzionario
doveva affrontare, una centuria di valorosi indipendentisti siciliani,
guidata dall’irrequieto
Giuseppe La Masa con “spirito di crociata”, fu inviata nel
Lombardo-Veneto a combattere contro gli Austriaci. A Treviso. Cosiccome
va rilevato che, nei suoi primi mesi, il Governo rivoluzionario intavolò
un ragionevole negoziato federalista col Re delle Due Sicilie che si
arroccò su posizioni centraliste e antisiciliane.


Cos’era quella Sicilia, perché aveva tanta importanza?.



“Caligante di nascente zolfo è la bella isola di Trinakria” scrisse Dante nella Commedia.


Di
zolfo odora il suo sottosuolo e un Vulcano è il perno della sua
identità, quotazero dell’Anima siciliana, quanto l’insularità
mediterranea è vortice che attrae e accumula quel sea power, quella
potenza marittima che può essere impugnata dal Popolo Siciliano o dai
suoi dominatori: è solo una questione di rapporti di forza.



La Sicilia della prima metà dell’Ottocento è la “miniera del mondo”. L’industria moderna non si “accende” senza i
suoi zolfi. E senza il controllo dei suoi porti.


I solfi sono
necessari nella produzione dei tessuti e della polvere da sparo,
oltrechè, in generale, nell’industria chimica e farmaceutica, nonchè in
agricoltura, specie nella preziosa coltivazione della vite. Essi armano
la politica delle cannoniere di Sua Maestà Britannica.


Se nel Mondo
dell’Ottocento la Sicilia è la Miniera , l’Inghilterra è l’Officina.
Senza gli zolfi dell’Isola contesa l’Inghilterra sarebbe rimasta forse
una terra di pecorai che vendono la lana ai mercanti delle Fiandre e
l’accumulazione originaria realizzata dai pirati di Sua Maestà che
predavano galeoni spagnoli sarebbe stata dilapidata nelle bettole di
Londra e Bristol, piuttosto che incontrare la rivoluzione della forza
motrice meccanica.


Se l’Isola contesa  venne annessa, nel 1860, al
regnucolo savojardo fu solo perchè gli inglesi dovevano distruggere la
terza flotta commerciale del Mondo,
quella duosiciliana -in vista dell’apertura del Canale di Suez- e
consolidare il controllo sugli zolfi.


All’italietta nata sgorbia dal
ventre di una monarchia che parlava francese e puzzava di stalla
regalarono, a sanare i suoi debiti di guerra, il bottino del Banco di
Sicilia –quello napoletano, in verità, seguì la corte borbonica in
esilio, che non lo usò certo per sostenere la resistenza popolare
“leggittimista” (dignità contadina, altro che “brigantaggio”!),
cosiccome, già consunta dalla corruzione, non seppe opporre nulla alla
resistibilissima invasione “garibaldesca” del 1860. I Borbone? Che siano
maledetti: nei secoli dei secoli!.



Ma il Regno delle Due Sicilie
era finito nel Quarantotto. Fallito –anche per l’ostilità degli stessi
liberali partenopei!- ogni ragionevole negoziato col Re napolitano,
inconcludente si rivelò poi il lavorìo diplomatico del Governo siciliano
– da Londra a Parigi, da Torino a Roma.


Per esempio: il cardinale Antonelli, segretario di stato del papa
“liberale” Pio IX, malgrado le sicule sperticate professioni di
cattolica fede sancite nella stessa Costituzione del nostro “Regno senza
Re”, attacca apertamente il governo rivoluzionario dell’Isola
all’indomani della dichiarazione di decadenza della dinastia borbonica
votata per acclamazione e all’unanimità dal Parlamento siciliano
(13-4-1848). Certo, va detto, anche lo Stato pontificio cominciava a
scricchiolare e la sua salvezza “napoleonide” fu infine salutata con la
proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione, avendo esaurito i
santi ai quali vocarsi!.



Ad ogni modo, ben più cinica e abile si rivelò la diplomazia di Ferdinando II.


Sotto
la régia e paternalistica maschera del Re bomba centralista napolitano,
che massacrò a cannonate la nobile città di Messina lasciandola poi al
saccheggio dei suoi lanzichenecchi (soprattutto svizzeri e
austriaci, nonché lazzaroni napoletani), sotto quella maschera ipocrita
scorreva anche un fiume di soldi dei Rothschild, otto milioni di ducati
garantiti da una fideiussione dello Zar di tutte le Russie, per
finanziare il difficile “riconquisto” dell’Isola ribelle. Vennero
ripagati, infine, con “magnanimo sconto” dai Siciliani sconfitti (Editto
di Gaeta, 28-2-1849, art.31). Guai ai vinti.


Nella dialettica
storica della Restaurazione europea, tutto si tiene. Il Quarantotto -la
“Primavera dei Popoli”- fu reso possibile da una imprevista crisi
alimentare e commerciale europea che ne alimentò il fuoco sociale. E si
risolse in una fragile Restaurazione passando sul massacro delle
barricate operaie, da Parigi a Palermo, e con la ripresa dei traffici
prodotta dal pompaggio di liquidità attraverso un complesso sistema
finanziario sul quale brillava la stella geniale e manovriera dei
Rothschild.


Il Re bomba della Napolitania, a modo suo,
lo capì. I liberali siciliani –(dunque quel Governo del giovane Stato
indipendente che il 25 aprile aveva riconosciuto nell’antica Triskeles
il suo simbolo unificante)- malgrado avessero diplomatici, tanto colti
quanto sconclusionati, a Roma, Torino, Parigi, Londra…pare proprio non
ne sapessero nulla. Neanche l’ombra di un Servizio di Intelligence
seppero mettere in piedi!.


Quanto alla difesa militare del processo
rivoluzionario… La “Guardia nazionale” (espressione delle fazioni
dell’aristoborghesia) era la più grande forza militare in campo, ma
rimase invischiata nel parlamentarismo e nelle sue chiacchiere, mentre
l’esercito regolare teneva più ufficiali che soldati: un disastro.


Ma
forse la questione si situa Altrove. La dominazione coloniale è forma
determinata e specifica di un sistema di relazioni internazionale. E se
questo aspetto è occultato in tempi di “pace”, lo è meno in tempi di
guerra reazionaria. Guardiamo i
Fatti. La notizia dell’imponente spedizione militare della reazione 
borbonica – finanziata dai Rothschild-  per il “riconquisto” dell’Isola
ribelle giunge a Palermo casualmente: grazie a una missione diplomatica
britannica incaricata di mettere in sicurezza la folta e brillante
colonia inglese dell’Isola e il suo imponente patrimonio…smentendo  un
recente  dispaccio della diplomazia siciliana-salutato con gioia sulle
strade- nel quale si  assicurava  al leggittimo Governo dell’Isola la
protezione diplomatica  di Londra e Parigi: resta il dubbio di una falsa
flag necessaria a giustificare il rifiuto liberale di un vero armamento
delle Maestranze operaie e delle forze popolari. E, in effetti, c’è di
più.


La Francia, repubblicana e neobonapartista, aveva, in verità,
offerto al Governo dell’Isola ben 12.000 uomini addestrati, un vettore
formidabile che avrebbe permesso una difesa politico-militare
sufficente a ricacciare in mare i Napolitani.



L’aristoborghesia
siciliana non li volle: si temeva non tanto la “critica” di Londra (e
non credo che un Mariano Stabile, onestamente filoinglese, per quanto
influente avesse comunque la forza politica per imporre un “NO”) quanto
piuttosto la loro saldatura politico-militare con le Maestranze operaie e
il ribellismo dei ceti popolari urbani, che avrebbe trasformato la
Sicilia in Repubblica e l’avrebbe consolidata sul piano diplomatico. E
cos’altro sennò?. Non c’è altra spiegazione: i conti tornano.


Ecco:
la Rivoluzione siciliana del Quarantotto non fu sconfitta dalla
Restaurazione continentale, né dai mercenari e lanzichenecchi del Re
bomba napolitano: quello di Festa, Farina e Forca.


Va detto però che
se i Moti cominciarono nella Sicilia urbana prima di Parigi, fu perché
la “società civile” dell’Isola, del tutto inserita nel mercato mondiale e
nei circuiti intellettuali
europei, non solo in forme clandestine e cospiratrici, aveva maturato
una propria autonoma e sincera vitalità. E’ un dato di fatto, ad onta
della presunta arretratezza dell’Isola. Trovo arretrati, piuttosto, se
non del tutto in malafede, gli attuali sostenitori del mito della
“Sicilia immobile e feudale”.


E chi si attarda nel voler
circoscrivere la Rivoluzione siciliana del Quarantotto alla cospirazione
di ristrette Sette carbonare non ha capito nulla dell’Isola e della sua
complessa natura sociale.



La Sicilia, a modo suo, è una Nazione. Va
da sé che nella sua forma positiva aristoborghese e liberale si è
suicidata nel 1848 e nel trasformismo, a tratti ingenuo, che dodici anni
dopo vedrà molti dei suoi reduci fiancheggiare l’invasione
anglo-piemontese.


Già nel febbraio del 1848 un coacervo di salotti
entusiasti, che per comodità definiamo “partito liberale”, si impadronì
dell’insurrezione di popolo apportandovi
certo Tradizione giuridico-costituzionale e capacità retorica, ma anche
titubanze, paure e confusione: e fecero tutto tranne quello che serviva
veramente. Usciti dalle loro erudite conventicole convocarono e tennero
elezioni parlamentari regolari, promulgarono una Costituzione
modernissima, leggi e decreti ben formulati e chiacchiere a non finire.

Cercarono
perfino un Re costituzionale al quale offrire in esclusiva la sovranità
siciliana: ma manco i Savoja albertini, divenuti “statutari” in
reazione autoconservativa rispetto ai Fatti Siciliani, ne vollero
sapere.


Insomma, furono poco più di una maniàta di gattoparduzzi
miopi, parolai e sconclusionati, perfino tragicamente simpatici nella
loro dotta inettitudine vero precursore del trasformismo illusorio che
ne vide, diversi esemplari, preparare e fiancheggiare, in seguito,
l’invasione anglo-piemontese e garibaldesca, permutandosi, i più
“rinisciuti”, nel cinismo che nasce dalla
frustrazione, perfino in italianissimi mostri sanguinari come Francesco
Crispi, il futuro massacratore dei Fasci siciliani dei lavoratori,
l’ipocrita mandante politico, per dirne una, del Natale di Sangue di
Lercara Friddi, nonché improbabile conquistatore coloniale di terre
africane. Un grande statista, degno dell’italietta Una e Fatta e del suo
imperialismo straccione, che tenne a battesimo.



Fasci siciliani dei
lavoratori che sorsero, alla fine dell’Ottocento, come esito della
lunga maturazione sociale cominciata nel Quarantotto, una Rivoluzione
indipendentista infine difesa solo dalle Maestranze operaie e dalla
gente dei quartieri popolari: cioè da chi non aveva altro da perdere che
le proprie catene. In quell’eroica resistenza finale emersero
straordinarie e generose figure di miliziani popolari, di cui ci restano
alcuni nomi.


Ne voglio ricordare due, messinesi: Nino Lanzetta e
Rosa Donato. Si erano procurati un cannone e una
scorta di munizioni. Lo piazzarono infine al centro di una delle tante
barricate popolari, nell’ultima resistenza. Quando i mercenari
napolitani stavano per espugnarla Rosa butta la miccia sulle munizioni e
fa saltare tutti in aria. Creduta morta viene lasciata per terra.
Riesce invece a fuggire e a riprendersi, trasferendosi a Palermo. Si sa
che fece in seguito ritorno a Messina, venne arrestata, forse per fatti
minori, scontata la pena visse di elemosina e dimenticata da tutti:
ventu, malanova e piscistoccu scadutu…



In quindici mesi i
“liberali chiacchieroni” non trovarono manco il Tempo Politico per
liberare la Cittadella , malgrado perfino a Reggio Calabria non si
aspettasse altro che un chiaro segnale… Il semplice provarci, come
direbbe Stefano D’Arrigo della caccia all’Orca, avrebbe indotto il Re
bomba a più miti consigli e avrebbe se non altro risparmiato all’eroica
Messina il martirio finale, che il La Masa e i suoi
“centurioni” si guardarono imbelli dalle montagne, fuoritiro: ecco, i
gattoparduzzi “liberali” giocarono alla “Rivoluzione” restando sempre
fuoritiro: negoziando, nei casi più nobili e via-Londra, un
salvacondotto per Malta.


La Nazione Siciliana che verrà sarà
operaia, operosa e solidale, come le Api di Rilke. O non sarà. Certo è
che Nino Lanzetta e Rosa Donato, oggi, hanno imparato a leggere e
scrivere: sebbene alla repressione aperta si sia sostituita
l’emigrazione massiccia e pilotata di intere generazioni…e senza alcun
“salvacondotto”. Ingegneria sociale di uno Spettacolo neocoloniale
costruito, nel “lungo periodo”, sulle macerie politiche del Quarantotto.
Un altro passato che non passa?.


di Mario Di Mauro-Fondatore di “Terra e LiberAzione”