Noi Siciliani

Noi
Siciliani non saremo veramente e mai altro che Siciliani. Tutti i
tentativi di negazione e autonegazione di questa Verità ontologica
producono esiti tragici, quando non comici. Possono “sbarcare”, in
Trinakria, pure i marziani, ma la Verità ontologica vincerebbe, con la
sua Luce meridiana, il suo sciauru di iodio e zolfo, le sue granite alla
mandorla…Purchè questa Verità incontri una Comunità decisa a non
perdere l’Anima, la sua Anima.
 
Se
la Storia autentica di sé e del Popolo al quale si appartiene non ha un
senso, un valore pratico, nulla ha un senso. La Terra sulla quale
camminiamo è viva delle ceneri solidificate di decine di generazioni.
Tutte passate “come un’aria che cambia” (Rilke). Noi non siamo gli eredi
di nulla, noi siamo l’eredità stessa. Saperlo è un passo avanti,
esserne all’altezza è invece tutt’altra questione. Ma è solo attraverso
questa identità primaria che si appartiene all’Umanità intera, è sul
radicamento cosmico e politico nella propria Terra che si situa la porta
di accesso a “cittadinanze” più ampie.
“Per
composito etnico e comunanza psicologica i Siciliani costituiscono un
Popolo che, attraverso una vicenda plurimillenaria, ha consolidato una
fisionomia nazionale propria nell’insularità mediterranea del territorio
e in una Tradizione che si esprime in un linguaggio, in una
letteratura, in un modo originale di sentire e percepire le cose, in una
specifica concezione dei rapporti umani e familiari. Per la sua
debolezza politica, derivata dalla propria collocazione geostrategica e
dal servilismo dei suoi ceti dominanti interni, la Nazione Siciliana non
è stata in grado di conservare e sviluppare quell’Indipendenza che ha
più volte conquistata al costo di sacrifici immensi. Malgrado tutto la
Questione Siciliana , come problema dell’autodeterminazione nazionale
del Popolo Siciliano sulla propria Terra di appartenenza e di vita, non
andrà mai in prescrizione.”.
Con
queste parole nasceva nel 1984, a Ramacca, nel cuore antico della
Sicilia contadina, il gruppo di “Terra e LiberAzione”, piccola
espressione “di un indigenato che è stato raramente controllato da un
qualsiasi governo, ma ha obbedito quasi continuamente ad una Legge
propria” (D..Mack Smith).
Il
sistema coloniale è quell’organizzazione che pianifica su vasta scala lo
sradicamento dei colonizzati attraverso la produzione di sofismi e la
falsificazione della Memoria storica, dell’Ordine narrativo, della
Coscienza geografica, dell’Identità linguistico-comunicativa.
Il
sistema coloniale è strutturato per disgregare le “comunità
tradizionali” e ottenere consenso attraverso l’inculcamento nel
colonizzato del disamore verso la propria Terra. L’acqua dell’Identità
sgorga pura dalla Terra, ma viene sistematicamente sporcata dai
produttori di sofismi. E i sofismi si propagano come i virus nel web.
L’acqua dell’Identità…che risplende della “santità delle prime cose”
(Dino Campana, Canti Orfici).
Il
Cammino dei nuovi “Siciliani antichi” per riabitare Trinakria e
ricongiungerla all’Idea di Isola-Giardino, si fonda sull’Amore che nasce
dalla Conoscenza…Solo la Conoscenza , condizione primaria della
difesa creativa dei depositi memoriali e dell’anima dei luoghi, può
alimentare Stili di Vita radicati e coerenti in grazia dei quali diviene
possibile il miracolo di rielaborare il Codice d’Onore che “produce il
popolo”.
Anthony
D. Smith, che insegna sociologia presso la London School of Economics
and Political Science, conforta una nostra convinzione quando sostiene
che: “Le etnie non sono altro che comunità storiche costruite su memorie
condivise”. Ne consegue che senza la ricostruzione critica di una
memoria condivisa il “Popolo Siciliano” non esiste, non ha forma nè
sostanza ontologica. (…)
Noi
non siamo gli eredi di nulla, noi siamo l’eredità. Noi siamo la nostra
Leggenda. Dobbiamo solo cantarla. Il Popolo Siciliano esiste da migliaia
di anni. E se la Nazione Siciliana del secolo XXI ha radici
impressionanti, per quanto vero sia che non di sola “gloria passata” si
può campare, non vedo ragione per cui questa Gloria non debba essere
restituita al nostro Popolo, per farne un Popolo, appunto.
Quando
ho visto i graffiti delle Grotte Sacre dell’Addhaura tracciati dai
Siciliani di diecimila anni fa ho pensato che la restaurazione dell’uomo
immaginoso, naturale, cosmico…sull’impressionante base tecnica
elaborata poi in millenni di “civilization” istituirebbe il miracolo che
in cuor proprio tanti aspettano e con esso la liberazione della nostra
Sicilia metafora del Mondo da questa inquietudine geologica, da questa
Storia falsificata che la svuota di Onore e di Luce, da queste correnti
che la travolgono…L’accadere del Fatto Generale, l’Apocalisse come
Rivelazione del Mondo Nuovo. Una follia?. I folli la chiamano follia.
Le
correnti marine, descritte da Predrag Matvejevic, fluiscono come immensi
fiumi: ostinate e silenziose, non determinabili nè contenibili. Nel
gioco delle grandi correnti della Storia queste nostre Isole siciliane
“oppresse di secoli e di stelle” appaiono immense navi di pietra
sospinte alla deriva ora da Scirocco, ora da Grecale, quasi travolte da
una vicenda storica pervenuta ad uno stadio terminale di insensatezza.
Ma, sebbene nesos -la parola greca che nomina l’isola- pare equivalga al
dire “quel che naviga”, essa è pur sempre ancorata al Centro della
Terra come le verticali di Archimede che vi convergono. E il cuore di
zolfo di Trinakria, il suo pulsare di vita al centro del Mar Bianco, fa
di quest’lsola un “luogo di accumulo della potenza marittima” (Schmitt).
La
Sicilia, 25.460 kmq di terra emersa -mille kilometri di coste- che si
manifesta in contrastanti paesaggi, per un quinto di montagna, “questo
mondo in riassunto” (Shakespeare), configurando svariate bioregioni, si
distende sotto lo sguardo di Aitna, a Muntagna, il vulcano che ne
costituisce il perno mentale e l’Asse ontologico, fucina d’Armi per gli
Dei e Motore inquieto. La Sicilia è la più grande Isola del Mar Bianco
Centrale, l’al Bahr al Abyad al Mutawassat, il Mediterraneo. L’Etna è la
Cima di questo Mare di Luce meridiana.
Il
celebre architetto Antonio Gaudì, scriveva un mio compianto amico, rende
quest’idea in maniera semplice e chiara, quando dice che la virtù sta
nel punto medio. “Mediterraneo vuol dire in mezzo alle terre. Lungo le
sue rive la luce media è a 45 gradi ed è la luce che meglio definisce i
corpi e mostra le forme. Non è un caso, dunque, se proprio qui sono
fiorite grandi culture artistiche: al loro formarsi non è stato
certamente estraneo questo particolare equilibrio di luce. Né molta, né
poca. Perché, sia l’una che l’altra accecano e i ciechi non vedono. Nel
Mediterraneo si impone la visione concreta delle cose, nella quale si
mostra l’arte autentica. La nostra forza plastica è costituita da un
particolare equilibrio fra la logica e il sentimento”. (Franco Nocella,
Terra e Liberazione, 1993).
In
lingua siciliana la Ragione si chiama u Sintimentu, chè il cervello e il
cuore fanno l’amore nella sera dei miracoli: “Crepuscolo mediterraneo
perpetuato di voci che nella sera si esaltano, di lampade che si
accendono, chi t’inscenò nel cielo più vasta più ardente del sole,
notturna estate mediterranea? Chi può dirsi felice che non vide le tue
piazze felici, i vichi dove ancora in alto battaglia glorioso il lungo
giorno in fantasmi d’oro, nel mentre a l’ombra dei lampioni verdi
nell’arabesco di marmo un mito si cova che torce le braccia di marmo
verso i tuoi dorati fantasmi, notturna estate mediterranea?” (Dino
Campana, Canti Orfici).
La
Sicilia è la sua Geografia, il suo Mare. Il Mare è il suo elemento
quanto l’inquietudine geologica è la sua fluida condizione d’esistenza
sulle lente onde tettoniche che sollevano l’Isola di Trinakria, figlia
di Gaia, tra due Continenti, l’Africa e l’Eurasia, sull’Oceano di Teti.
Dalla
preeternità in cui lo Spirito aleggiava sulle Acque primordiali ché la
luce del giorno non era stata separata dalle tenebre della notte
(Genesi), l’Amore dalle disfide dell’Odio (Empedocle, Fisica), al Tempo
della danza di creazione tra Gaia e Urano (Esiodo, Teogonia) e della
Tetide generatrice del Mar Bianco e della lotta cosmica tra la Balena e
l’Elefante, il Leviatano e Behemoth (Libro di Giobbe) la vera partita
della Storia s’è sempre giocata sul mare, sulla capacità di “domare il
mare”, l’aequor immenso, il “sudore della Terra” (Empedocle). Il Mondo è
di chi impara a camminare sulle acque, a dare forma all’informe Caos. E
l’Isola, grande Nave di Pietra, “luogo di accumulo” per la potenza
marittima, punto fermo nella dialettica degli spazi immensi, è il suo
Mare. Nel Mare, pianura d’acqua e sale, è il suo Destino.
Grandi
Montagne, sommerse dal Tempo. Altipiani di pietre e vento sul tetto
degli abissi, solo le Isole hanno un cuore nel cuore di questo corpo
celeste. Un cuore come un nodo di Nervi e di Storia. Se muoiono le Isole
muore il Mondo. Un Mondo al quale l’isolano è legato in modo speciale.
Nel
suo studio “Sulla Guerra”, Karl Von Clausewitz identifica la forza di
carattere come “costanza nella propria convinzione”. E sebbene nella
Realtà “è sempre in base a un vago presentimento della verità che si è
costretti ad agire, i principi fondamentali e le idee che guidano
l’azione da un più alto punto di vista, non possono che essere frutto di
una chiara e profonda visione…”. Una chiara e profonda visione,
questo è la “Nazione Siciliana” che vive nel nostro Cammino e ci
proietta nel Mondo che verrà.
L’Azione
quotidiana orientata da questa “chiara e profonda visione” consiste nel
dare alla Sicilia un’economia e una cultura radicate e aperte: per
elaborare un modo di vivere non alienato, assennato. Per poter coltivare
il Pane della vita, raffinarsi nella Pazienza, verificarsi nel rapporto
col Tempo, riscoprire le perle di quell’antico Rosario in cui l’Esserci
accade tra Terra e Cielo…
Il
passato, quel deposito memoriale che chiamiamo Storia, è solo “il luogo
delle forme senza forze”, scrive Paul Valéry. Sta a noi restituirgli
vita e necessità attraverso le nostre passioni e i nostri valori,
cercando Verità e Bellezza nelle cose del Mondo, cercando, in breve,
quella Salute autentica che si genera dal radicamento in una Terra
assoluta, cosmica, concreta, che puoi chiamare patria-matria e
accarezzare con gli occhi del Cuore. Questa, e non altro, è la nostra
Trinakria. E questo è un modo di stare al Mondo, un modo di esserci.
La
Nazione Siciliana potrà essere rifondata solo a partire da una
straordinaria mobilitazione identitaria del Lavoro che la restituisca
alla sua Realtà di organismo vivente storicamente determinato, che ha
consolidato, nelle mutazioni del paesaggio storico, delle
caratteristiche e delle costanti quasi matematiche, che chiamiamo
“invarianti”.
In
epoca moderna è corretto definire queste invarianti e la rete di
relazioni dialettiche che ne configurano il “campo”, col nome di
“Nazione Siciliana”?.
La
percezione di sè nei luoghi e nella Storia, la forma di relazione che
gli uomini stabiliscono ed elaborano con la propria Terra e col suo
Ordine narrativo, cambiano in ogni epoca.
Noi,
oggi, per esempio, possiamo inscrivere il Regno di Gerone II nella
Siracusa al tempo di Archimede tra le pagine più alte della Storia della
Nazione Siciliana, ma questo non vuol dire che i Siracusani di 2200
anni fa avessero la nostra stessa idea di “Nazione”. Sarebbe idiota
pensarlo. Cosiccome mi pare evidente che la Sicilia di Federico II fosse
meno “nazione” di quanto non lo fosse stata nel Regnum di suo nonno
Ruggero, essendo piuttosto un “Castello fortificato” al centro del
Mediterraneo e di un progetto di Impero che muore col suo artefice.. La
Sicilia , per Federico, era più che altro heimat, patria-matria, ma
questo me lo fa sentire ancora più vicino.
E’
la Sicilia a fare i Siciliani. Fin dal “Regno Millenario” dei Siculi
(Shekelesh) che vi si identificarono a tal punto da imprimervi il
proprio nomen per millenni. (www.terredeisiculi.net)
Cosiccome
poco importa alle Scienze storiche se una maggioranza colonizzata da
uno Spettacolo pervasivo e totalitario non può percepirsi oggi nella sua
Verità ontologica: la Storia siciliana è un susseguirsi di luce e buio,
di ascese e decadenze, e la Notti Longa è sempre gravida di Nuova Vita,
come la Storia lo è di interi “Mondi”.
La
Nazione Siciliana è inabissata come la Balena di Melville, sommersa come
un fiume carsico, infastidita dai rumori di questa Storia e dalla
caccia spietata che il suo fantasma stesso alimenta in forma di
“lavaggio spettacolare del cervello”. E se questa è “letteratura”, sia
chiaro che questa letteratura è anche corollario matematico al Teorema
della Nazione e all’agire delle sue Invarianti, necessario a cantare la
nostra libertà, a giustificarla nel Mondo. E se non è accuddhì significa
solo che, in quanto Siciliani, siamo già morti.
La
cultura identitaria -scrive Franz Fanon nel suo “I dannati della Terra”-
non è il folclore in cui un populismo astratto ha creduto di scoprire
la verità del popolo. Nè quella massa sedimentata di gesti sempre meno
riallacciabile alla realtà presente del popolo.
La
cultura identitaria è l’insieme degli sforzi fatti da un popolo sul
piano del pensiero per descrivere, giustificare e cantare l’Azione
attraverso cui il popolo si è costituito e si è mantenuto. La cultura
identitaria, nei paesi colonizzati, deve dunque situarsi al centro
stesso della Lotta di Liberazione.
Una
Lotta che comincia nel cervello di ciascuno e nella maturazione di un
diverso, più radicato e più competente modo di essere e di esserci, che
liberi le Idee dalle ideologie e il Pragmatismo dalla miseria morale.
Perché la Nazione Siciliana possa essere un “plebiscito di tutti i
giorni”.
Per
quanto l’avere avuto la Geografia come Storia sia la vera tragedia
siciliana, è nella Nemesi del Bene in Male, delle Eumenidi in Erinni,
nella mancanza storica di Tempo liberato, che il Popolo Siciliano non è
riuscito a consolidarsi come Nazione. Malgrado tutto però questa
geografia tragica, odorante di iodio marino e di “nascente zolfo”
(Dante), è ancora il Logos della nostra Lingua e l’insularità
mediterranea è u civu, a curineddha, l’essenza amorosa dell’essere
siciliani e del nostro farci Storia. Dialettalità che si fa Lingua di
resistenza, Insularità mediterranea che produce l’Anima di un Popolo…
Sono,
questi, beni immateriali, spirituali, culturali; risorse poetiche per
produrre il Popolo e il Senso dell’Esserci. Perchè dico questo? Solo
perchè la Lotta per “esserci con competenza” deve dispiegarsi verso un
orizzonte poetico: sennò non vale niente. Una poetica dei luoghi, della
civiltà materiale e di un’eredità spirituale restituita alla Vita e
liberata dai residui pestilenziali del dolorismo ibero-cattolico ultimo
lascito di una Inquisizione devastante che ha costretto le ninfe a
mutarsi in acqua e i Siciliani a inventarsi una “religione sommersa” che
trasfigura in sante e santi, più o meno neri, l’essenza immutabile di
una “Sicilia perenne”, che sopravviverà anche al delirio della società
dello Spettacolo e alla sua idiozia dissacrante e sculettante ammatula.
Noi
Siciliani non saremo veramente e mai altro che Siciliani. Tutti i
tentativi di negazione e autonegazione di questa Verità ontologica
producono esiti tragici, quando non comici. Possono “sbarcare”, in
Trinakria, pure i marziani, ma la Verità ontologica vincerebbe, con la
sua Luce meridiana, il suo sciauru di iodio e zolfo, le sue granite alla
mandorla…Purchè questa Verità incontri una Comunità decisa a non
perdere l’Anima, la sua Anima.
@ 2001. Mario Di Mauro