L’Opra dei Pupi

Il
cammino per riabitare Trinakria e viverla con competenza dischiude le
porte di interi mondi e d’altre regioni teologiche, configura un tipo
umano che ha i tratti del monaco-guerriero, e sfocia in un nuovo nomos
della Terra.
Questo
cammino, oggi, non può contare su partiti, chiese, scuole,
massmedia…nè su una diffusa narrazione veritiera, nobilitante e
mobilitante. Ma può contare su un paesaggio impareggiabile, su imponenti
depositi memoriali e sulla potenza di forze cosmiche che si scoprono
camminando. Da soli o in fratellanza elettiva.
Nel
suo studio “Sulla Guerra”, Karl Von Clausewitz identifica la forza di
carattere come “costanza nella propria convinzione”. E sebbene nella
Realtà “è sempre in base a un vago presentimento della verità che si è
costretti ad agire, i principi fondamentali e le idee che guidano
l’azione da un più alto punto di vista, non possono che essere frutto di
una chiara e profonda visione, e ad essi è ancorata l’opinione
ondeggiante tra i molteplici casi individuali che si presentano…Una
certa fede in sè stessi è necessaria, un certo scetticismo è benefico”.
Una chiara e profonda visione, questo è l’Isola Giardino inscritta come
un destino nel Tempo siciliano. Una chiara e profonda visione della
quale gli antichi astronomi identificarono un riflesso immaginoso e
misterico nella costellazione M33.
L’Azione
quotidiana orientata da questa “chiara e profonda visione” consiste nel
dare a se stessi e, in prospettiva, a un popolo intero, un’economia
pianificata nell’interesse sociale e una cultura radicata e aperta ai
dati del Mondo: per elaborare, nel pluralismo, un modo di vivere
“meridiano”, sobrio e saggio, non alienato. Una soggettività capace di
accogliere quella calda e fertile onda affettiva che risale dal pane
caldo cunzatu con l’olio e l’origano dei nostri poji, delle colline
siciliane.
Per
poter coltivare il Pane della vita, raffinarsi nella Pazienza,
verificarsi nel rapporto col Tempo, riscoprendo le perle di quell’antico
Rosario in cui l’Esserci accade tra Terra e Cielo…Perchè ciascun
Siciliano possa piantare la sua palma, scavare il suo pozzo, costruire
una sua casa…Imparando a cantare la Verità siciliana, a giustificarla
nel Mondo.
La
cultura identitaria -scrive Franz Fanon nel suo “I dannati della
Terra”- non è il folclore in cui un populismo astratto ha creduto di
scoprire la verità del popolo. Nè quella massa sedimentata di gesti
sempre meno riallacciabile alla realtà presente del popolo. La cultura
identitaria è l’insieme degli sforzi fatti da un popolo sul piano del
pensiero per descrivere, giustificare e cantare l’Azione attraverso cui
il popolo si è costituito e si è mantenuto. La cultura identitaria, nei
paesi colonizzati, deve dunque situarsi al centro stesso della Lotta di
Liberazione.
Una
Lotta che comincia nel cervello di ciascuno e nella maturazione di un
diverso, più radicato e più competente modo di essere e di esserci, che
liberi le Idee dalle ideologie e il pragmatismo dalla miseria morale.
Un
bel libro può contenere anche delle sciocchezze, dei giudizi distorti
figli della propria stessa decadenza sociale, fisica, morale. “Il
Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa è uno di questi libri. Scritto dal
principe nel 1955, due anni prima di morire, ma ambientato nei decenni
che iniziano con l’annessione coloniale della Sicilia al Piemonte
orchestrata dalla massoneria inglese. La citazione è celebre quanto
falso è il suo contenuto storico: “Sono venticinque secoli almeno che
portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte
venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi
stessi…”.
La
nostra Sicilia in verità ha una Storia propria, frutto anche di
molteplici apporti. Solo i lunghi secoli che la vedono granaio e galera
di schiavi di Roma (e poi della Chiesa di Milano e Ravenna), i brevi
decenni angioini, chiusi dal Vespro che spazzò via la grande coalizione
papista che umiliava il popolo siciliano consolidando l’indipendenza
dell’Isola nella relazione strategica con l’Aragona, e i decenni più
duri della dittatura inquisitoriale ibero-cattolica, sono definibili
“dominazione”.
Poi
c’è il “presente”, ne riparleremo. Per il resto si tratta di sviluppi
per innesto, a volte perfino provvidenziali: e tutti, chi più chi meno,
si sono sicilianizzati.
Altro
che 12 “dominazioni”, e perchè no anche 35, come è stato pubblicizzato
in una iniziativa sponsorizzata dall’assessorato all’Identità…Siciliana?
Magari
inventando una “dominazione barocca” al pari di quella Sveva, mai
esistita, tantopiù chè Federico II, il quale pose in Sicilia il Cuore
del Mondo, era il figlio della sicilianissima Regina Costanza e
considerò sempre la Sicilia come sua patria-matria.
E
quando si pose il problema terrificante della sua successione il
“Parlamento” dei maggiorenti siciliani si contrappose frontalmente alle
mire degli Hoenstaufen mettendo sul trono il primo discendente di
Ruggero e di Costanza che trovarono per strada: Tancredi. Rischiando la
guerra con Arrigo II e con mezzo mondo…
Scusi,
dov’è piazza Federico di… Svezia?. Se ci ammucciano perfino colui che
fu Re del Mondo, se la manifesta volontà di un “Parlamento” che elegge
liberamente un Re successore non vale niente, se, non avendo null’altro
da obiettare se ne escono con frasi del tipo “si, però il Parlamento era
dominato dai baroni” come se, per dirne una, l’Unione Europea fosse
stata decisa dal voto dei popoli (e sono passati 7 secoli!)…E così
via, da un secolo e mezzo.
In
verità era emersa -fin dal tempo dell’Emirato e consolidatasi nel
Regnum siculo-normanno e poi nel Vespro del 1282 e nella sua Communitas-
una coscienza nazionale siciliana, una concezione moderna di “Bonu
Statu e Libbirtà”.
Sotto
la dominazione franco-papista di Carlo d’Angiò “di nulla erano più
padroni i Siciliani a casa loro, neppure del pane” e l’arbitrio del
fisco, e le confische “per lesa maestà” e l’abuso colonialista del suolo
e dei costumi di Trinakria, trovavano in questo Re non un politico
freno ma addirittura un incoraggiamento “perchè bisognava ridurre alla
miseria i popoli, per impedire che potessero alzare la testa” (L.Natoli,
Storia di Sicilia). Il “ribbellamentu” del Popolo Siciliano ne fu una
legittima conseguenza.
Il
Vespro fu rivoluzione siciliana, guerra euro-mediterranea, evento
fondamentale della Storia di “lunga durata”. La chiave politica della
vittoria vespertina è Messina. Questa città è stata per secoli, almeno
fino alla Battaglia di Lepanto, epicentro e punto di fuga della
prospettiva storica mondiale. Lo fu certamente nei mesi dell’Assedio
posto dal blocco continentale papista, conclusosi con la vittoria della
Communitas Siciliae, la confederazione dei Comuni dell’Isola, grazie
soprattutto all’eroismo delle donne messinesi e all’abilità diplomatica
dei “capi della rivolta” che attraverso la Regina Costanza, siciliana al
trono d’Aragona, riescono a spostare a proprio favore la bilancia di
potenze mediterranea, e, dopo averli
cacciati, anche a respingere la controffensiva imponente di francesi,
guelfi italiani e forze papaline coalizzati.
Il
Vespro del 1282, per la storiografia più raffinata, rappresenta la
vittoria postuma dei Siqilly, i Siciliani islamici, raccolti infine
proprio nella dar al-Hidjra, la roccaforte, di Corleone, che fu il
detonatore della rivoluzione siciliana, quanto Palermo ne orientò la
sacrosanta violenza sociale. I Siqilly, dai quali discende la
maggioranza dei Siciliani di oggi, vennero piegati dall’irruzione di
poche centinaia di cavalieri normanni -che “giunsero a piedi” (H.Bresc)-
quando la crisi politica dell’Emirato siciliano era già in atto per
fattori interni di cui la fitna, la guerra civile strisciante, fu solo
un sintomo. Ma non furono vinti culturalmente, piuttosto il contrario,
almeno fino alla compiuta ripartizione delle terre in forma di latifondo
feudale che distrusse poi di fatto un “paesaggio da
sogno” ch’era stato costruito sull’idea-forza islamica di
Giardino-Paradiso: “ci riferiamo soprattutto alla mutazione di cui
l’albero fu la prima vittima” (H.Bresc).
Il
Vespro del 1282 è l’atto di nascita d’ una Nazione, di una koinè
etnoculturale, sulle cui insegne gialle e rosse v’era scritto: “BONU
STATU E LIBBIRTA’!”. Come sostiene il Bresc, malgrado l’affermazione del
Popolo Siciliano come nazione, a partire dall’insurrezione del Vespro e
nel corso del secolo di conflitti che ne scaturirono, avesse esaurito
le forze dell’Isola in una lotta troppo lunga contro nemici troppo
potenti.
Agli
inizi del Quattrocento, la Sicilia, non trova un altro Artale Alagona,
Gran Condottiero indipendentista, e finisce “calamitata” dalla Castiglia
e “inspagnolata”, soccombendo non tanto ad un nemico potente quanto ad
una combinazione di forze, ad una bilancia di potenze, ad un corso degli
eventi definiti dall’installarsi dell’imperialismo ispanico al centro
del Mediterraneo, come coronamento della “Reconquista”.
Quando
il Mediterraneo occidentale diventa un lago spagnolo, compiute le
pulizie etniche contro musulmani ed ebrei, è come se si fosse consumata
una prova generale per la “scoperta” e il saccheggio del Nuevo Mundo,
atto di fondazione della “modernità”.
***
Intorno
al 1160 un Anonimo Siciliano, di cultura arabo-skallyana, tradusse
l’Almagesto di Tolomeo dal greco in latino, definendo l’astrologia come
somma Arte dei Grandi Antichi e Specchio dei Moderni. L’astronomia
araba, di matrice caldeo-iranico-zoroastriana, da Palermo a Chartres,
penetrava nelle biblioteche cristiane dischiudendo la visione di interi
Mondi. 
Di
ritorno dalla Sicilia Adelardo di Bath, intellettuale di corte del re
Enrico I d’Inghilterra, traduce le Tavole di al-Khuwarizmi e introduce
in quell’ambiente le teorie di Abu Mashar sulla nascita, l’ascesa, la
decadenza e il crollo delle religioni e degli imperi. In questo contesto
popolarizza anche un’astrolettura dei monoteismi mediterranei. Se i
musulmani santificano il venerdi (Venere), gli ebrei il sabato (Saturno)
e i cristiani la domenica (Sole)…
La
Corte palermitana custodiva il cuore di zolfo rosso della cultura
mondiale e Federico II, il figlio di Costanza, Splendor Mundi incarnato
nella Storia mediterranea, si rivelò anche il più grande editore di
tutti i tempi.
Le
Questioni che pose a Michele Scoto (astrologo, m.1235) produssero il
Liber introductorius alle Scienze del Cielo, dove Dio si manifesta
nell’alchimìa della Creazione e Tutto, dal paesaggio terrestre ai
pianeti, può svelare il senso segreto delle Cose.
Lo
stesso ordine di “Questioni siciliane” che Federico rivolse a Ibn
Sabin, maestro sufi di al Andalùs, filosofo musulmano grazie al quale
abbiamo compreso l’identificazione di Hermes con l’Idris citato nel
Sacro Corano (XIX,57; XXI, 85) e con l’Enoch del Genesi. La dialettica
unificante del simbolismo sufico è Via, reale e non psichica,  di una inedita Scienza della Riconnessione dell’Umanità al suo Giardino destinale, tra Terra e Cielo.
La
Siqillya, nei suoi ribàt, nelle sue madrase, nelle sue corti, ne
custodì per secoli un cuore di zolfo rosso. Poi “dov’era il fuoco si
rovesciò il mare” (S.D’Arrigo, I fatti della fera).
***
La
produzione dei sofismi antisiciliani è la ragione asociale di quella
Piovra dalle mille maschere che è la Macchina-Spettacolo neocoloniale.
Essa impone lo sradicamento psicologico di un popolo intero dalla sua
Terra e dalla possibilità stessa di vivere in sintonia cosmica, in
Verità e Bellezza.
Questo
processo storico, inscritto nel modo di sviluppo capitalistico, deve
essere disvelato, decostruito, individuato in ogni suo aspetto. E
criticato nella Vita pratica. Ne va della nostra Salute.
Simone
Weil direbbe che per la Salute medesima della nostra vita interiore è
indispensabile che l’Isola di Trinakria divenga anzitutto una potente
ispirazione, una sorgente pura dei Nebrodi che alimenti il senso poetico
e politico della vita quotidiana.
U
Sintimentu, sicula concrezione di cuore e cervello, è l’arma di questo
Combattimento per la Salute. La cognizione del Sintimentu prefigura la
cosmovisione della Vita Nuova, la reintegrazione dell’Uomo, tra Terra e
Cielo. Nella Grande Triade, la matrice dell’idea stessa di Triangolo.
Nel
540 a.C., la civiltà jonica, incarnata nel biofilosofo Alcmeone da
Kroton, localizzava il centro della vita organica e mentale nel
cervello, chè se la sensibilità è una proprietà di tutti gli organi
viventi, la funzione del comprendere, del sintetizzare l’esperienza ed
elaborare la coscienza di sé, è specifica dell’Uomo.
Una
generazione dopo il cosmofilosofo Empedocle da Akragas individuava la
centralità del cuore come via della conoscenza realizzativa. L’antitesi
formale è stata impugnata, nel corso di venticinque secoli, dalle derive
scientiste e misticiste.
Ciò
malgrado, indubbiamente, “l’Essere degli uomini è il processo reale
della loro vita reale” (Marx-Engels, L’Ideologia tedesca).
La
dialettica del Sintimentu, sicula concrezione di cuore e cervello,
nell’uso delle mani, nel Lavoro che plasma la Materia, sviluppa la
plasticità dell’encefalo umano, illuminando spiritualmente la Realtà
materiale. Le lingue sono l’opera più straordinaria di questa produzione
simbolica figlia dell’umana dialettica di spirito e materia. Figlia del
Sintimentu.
La
cognizione occidentale del Sintimentu odora di iodio e zolfo e di
joniche memorie. Il monaco-guerriero, figlio della Terra e del Cielo, lo
sa.
Il
Sintimentu produce la cognizione della Bellezza. Intorno al 230 a.C., a
Siracusa, Archimede impugnava e rovesciava la potenza concettuale
dell’infinito potenziale nella prassi delle quantità infinitesimali,
calcolando aree e volumi con precisione matematica.
Il
cono inscritto pienamente in una sfera ne occupa un terzo del
volume…Archimede -che elaborò soluzioni ben più complesse e aprì
questioni che sarebbero state risolte solo duemila anni dopo- considerò
questa soluzione, tra tutte le sue altre, come la più Bella.
L’estetica
del Sintimentu si fonda sull’Armonia relazionale delle Forme e aspira
alla Musica delle Sfere. La cognizione occidentale della Bellezza sorge
dalla civiltà di Sikelìa.
La costruzione dell’Identità radicata ha il respiro della Vita.
L’Intelletto,
u Sintimentu -che combatte il mentale, lo domina, lo ridicolizza-
forgia Uomini di Spirito nella Fucina di Efesto.
Con
l’arma più potente che esista: la Cultura dell’Esserci e delle Azioni
Rette. Quella Cultura che ti permette di guardare a quest’Isola metafora
con gli occhi del Mondo, alzando sul Mondo uno sguardo siciliano. Nel
secolo asiatico tutto si rimette in movimento. Siamo in piena
Transizione. I concetti di invarianza e di mutamento, impugnati dal
Sintimentu nella dialettica reale dell’imperialismo multipolare,
diventano bussola sikana, lanterna cirneca, cognizione eoliana del
Vento.
In
questa Sicilia al capolinea i nodi verranno tutti al pettine e a
poterli sciogliere non saranno le ideologie e i figuranti della commedia
neocoloniale che imprigionano l’immaginario siciliano, nè, in una certa
misura, il marketing elettorale, chè se servisse a cambiare le cose
l’avrebbero già abolito.
L’unica
grande via politica che merita di essere percorsa, a partire dai
sentieri dell’Autonomia, è quella dell’Indipendenza che nasce dal
Lavoro. Dalla spiritualità del Lavoro non alienato. Dal Fare come Arte.
Dentro
l’attuale Grande Accelerazione verso il Nulla sembra agire, secondo
Ernst Junger, un Automatismo “indipendente dalla volontà degli uomini”,
che ne incanala la storia sociale e ne costringe le forme. Spesso
aizzando le “masse” contro il “terrone” di turno: preferibilmente debole
e sfruttato.
Secondo
gli sciamani indios del Popolo dei Brujos (Messico) “ogni individuo è
come una città assediata da un predatore molto speciale che fa parte
dell’universo: una forza invisibile”.
Questi
sacerdoti di antica sapienza, sosteneva lo scrittore Carlos Castaneda,
riescono a vedere fisicamente il predatore mentre divora la nostra
energia togliendoci la consapevolezza di essere tuttuno col fluire
dell’universo e lasciandoci in balìa dell’ego, prigionieri dell’egomania
e infelici. Sradicati dalla Terra e dalla Vita.
Milioni
di “cittadini” lobo-globalizzati stanno in piedi a forza di
psicofarmaci e milioni di bambini vengono rincitrulliti non solo dalla
televisione ma da tonnellate di pillole “concentranti”. Per non dire del
cibo che ingurgitiamo, dell’aria che respiriamo…
Il
Grande Puparo muove i fili, inscena la sua opra, produce il suo
Spettacolo: la Realtà vi appare capovolta, la guerra si chiama pace,
l’oppressione è venduta come libertà…Il mondo diventa un’Opra dei
Pupi, il linguaggio un’arma di distruzione di massa.
Se
la Sicilia può essere metafora del Mondo, la storia sconosciuta
dell’Opra dei Pupi ha qualcosa da raccontarci. In origine, nella prima
metà dell’Ottocento, l’Opra siciliana dei pupi inscenava l’intera storia
del Mondo, “da Achille a Mosè all’ultimo bandito”. Attingendo alla
tragedia classica e al teatro spagnolo d’armi e d’amore, ma anche a
Shakespeare, essa esprimeva “un’idea drammatica della storia a livello
di cultura popolare, dove affioravano aspirazioni e conflitti che il
core paladino della gente sollevava nei confronti del potere…”
(F.Pasqualino).
Dopo
l’invasione anglopiemontese e l’annessione catastrofica dell’Isola al
Piemonte (1860), anche l’Opra venne colonizzata. Cominciarono col
falsificarne l’atto di nascita: infatti, nella storiografia
colonialista, essa -malgrado avesse già mezzo secolo!- ha “nascita
garibaldina”. Mentre, insieme al filone “tricolore”, prende il
sopravvento quello della Chanson de Roland.
Anche
questo filone è figlio d’una manipolazione pacchiana della Storia,
della quale, però, i pupari siciliani non sapevano nulla. Andiamo in
Francia.
La
Chanson de Roland venne composta all’inizio del secolo XII e narra
eventi dell’anno 778. E’ come se leggessimo sul giornale di stamattina,
in cronaca, d’un fatto accaduto nel 1700!.
Qual
era l’ideologia dominante nella Francia del tempo?. Cosa avevano in
testa?. E’ così che si ricostruisce la Verità della Cose. C’erano le
Crociate ed era iniziata la “Reconquista” di Al Andalus, la Spagna
islamica. L’impero islamico, come tutti gli imperi, aveva imboccato la
fase calante della sua lunga parabola: in Siqillya, per esempio, i
conflitti interni tra i vari kaid locali avevano aperto la via
all’inserimento politico d’alcune centinaia di cavalieri normanni, che
“vi giunsero a piedi” dalla Puglia, dove avevano lasciato la loro
religione per abbracciare, in cambio di riconoscimento politico, quella
“romana”. In Siqillya, come si sa, assimilarono arte,
scienza, cultura amministrativa…e fondarono un Regnum indipendente,
“uno stato islamico con un re cristiano” (H.Bresc). Questo innesto,
nella storia siciliana, fu “provvidenziale”.
L’idea della Crociata nasce in un determinato clima politico, ed ha radici esclusivamente economiche.
Si
radicò invece in quella Francia il cui potere temporale fu artefice,
sotto la maschera della lotta alle eresie, della irrimediabile
secolarizzazione del cattolicesimo. E l’ideologia dominante, com’è
ovvio, contribuisce ad alimentare questo clima.
Si
inventano “i saraceni”, sintesi di tutto il male possibile: sanguinari,
infidi, stupratori, pedofili, terroristi…vi ricorda qualcosa?.
La
celebre battaglia di Roncisvalle in cui i prodi cavalieri cristiani
sbaragliarono le soverchianti truppe “saracene” accadde veramente:
peccato che non fu combattuta contro “i saraceni” bensì contro
guerriglieri baschi “cristiani” per il controllo dei Pirenei. Di
islamici non c’era manco l’ombra!.
Mentre la battaglia di Poitiers (732) “mirava a piegare Tours e le ricchezze dell’Abbazia di Saint Martin” (A.Ruscio).
Scrive,
riferendosi a quei secoli, Henri Pirenne: “sulle rive del Mediterraneo
si estendono ormai due civiltà diverse ed ostili”. E’ a questa ostilità,
vera bestemmia contro il Dio Unico che il Deserto ha donato al
Mediterraneo, alimentata per secoli dalla Chiesa romana e corrisposta in
misura assai minore nelle città di Barberìa, che attinge l’ideologia
della Chanson de Roland.
L’epos
medievale, che trova sintesi nella Chanson de Roland, si definisce
attraverso la netta contrapposizione tra spazio proprio e spazio altrui,
dove il “campo pagano”, che assedia incombente la “cristianità”, appare
un precipitato delirante e caotico simboleggiato nel sogno di Carlo da
“una accozzaglia informe di animali e demoni adoranti Maometto, Macone e
Apollo” (C.Acutis, La leggenda degli infanti di Lara). Una caricatura
ideologica senza capo nè coda.
In
verità v’è un filo oscuro che collega il genocidio dei Catari in
Provenza, ai roghi delle ostetriche siciliane accusate di stregoneria,
alle Crociate in Palestina, alla Reconquista spagnola, alla battaglia di
Lepanto, a quel complotto riuscito che fu la “scoperta” dell’America…
Ad ogni modo ha ragione il grande storico spagnolo Americo Castro:
l’aggressione “cattolica” contro Al Andalus, la Spagna islamica, che si
prolunga fino alla cacciata degli Ebrei nel 1492 ad opera dei Re
“cattolicissimi” non configura alcun ritorno alla “radici cristiane”
della penisola iberica, quanto l’imposizione di un modello
franco-germanico feudale e genocida.
La
“cacciata degli ebrei” venne attuata, con effetti devastanti, anche
nella Sicilia ormai inspagnolata: Siciliani sefarditi, di religione
ebraica e di lingua siqilly, siculo-araba, molti dei quali si
rifugiarono a Thessalonika (Salonicco), dove, percependosi sempre come
Siciliani in Esilio, svilupparono l’industria tessile e vestirono i
giannizzeri ottomani…
Non
meno che orafi a Marrakesh…E alcune migliaia scamparono addirittura a
Roma: piazza delle Cinque Scole, nel cuore del ghetto, sta ancora là…Una
delle Cinque Scole era quella siciliana.
A
noi rimase la cultura doloristica, di morte e di rassegnazione, che ha
prodotto in Sicilia più danni della petrolchimica colonialista e della
mafia messe insieme, trovando sintesi spettacolare nel martirio di un
Cristo nudo e sanguinante, trafitto di spine perfino nella Lingua…Un
quadro di Fra Umile da Petralia -si trova a Malta- è straordinaria icona
della crocifissione del Popolo Siciliano. Un Popolo che r/esiste nella
Notte dei Beati Paoli e nelle oceaniche processioni barocche del Venerdì
Santo.
Ecco,
dietro la Chanson de Roland, al di là della sua bellezza estetica, c’è
una ideologia imperialista che ha alimentato, nella lunga durata, le
“guerre costituenti” dell’Europa e il suo espansionismo coloniale,
predatorio e genocida nel Mondo intero. L’Amerika bushita –quella che ha
pianificato come un film holliwoodiano il suo 11 Settembre- ha
raccontato l’Altro come il “Paladino di Francia” vedeva il “Saraceno”.
Torniamo ai nostri pupi. Sei secoli dopo, al suddescritto prodotto ideologico attingeranno, ignari, anche i pupari siciliani.
Quando
la Rai, nel 1972, s’accorse dell’Opra dei Pupi e ne riprese tre
rappresentazioni, la prima era su Orlando, la seconda su Don Chisciotte e
la terza su Garibaldi. Le prime due vennero mandate in onda, con ottimo
successo di pubblico e risalto sui giornali. La terza venne bloccata
dalla censura. Come mai?.
Era
su Garibaldi, ma non ne cantava le lodi fasulle. L’annessione
truffaldina del 1860 veniva presentata in chiave ironica e veritiera
attraverso gli occhi di un pescatore di Marsala realmente esistito, il
quale fu l’unico marsalese a seguire il falso “Eroe” nella conquista
dell’Isola, resa possibile, come si sa, grazie al sostegno della
massoneria e della marina inglesi, all’invasione d’un corpo di
spedizione di 22.000 piemontesi e mercenari di mezzeuropa, alle
promesse-vasellina di “terra ai contadini”, “autonomia bancaria”,
“assemblea costituente”…
La
Sicilia venne saccheggiata e rapinata: neanche la Chiesa venne
risparmiata. La terza flotta commerciale del Mondo, quella delle Due
Sicilie, venne demolita prima dell’apertura del Canale di Suez: un
concorrente in meno. Gli zolfi siciliani servirono a fare l’Impero:
quello di Sua Maestà Britannica…
Il
povero Ninuzzo Strazzera, pescatore in Marsala, divenne lo zimbello del
paese!. E questo kuntava l’Opra censurata e mai più trasmessa dalla
Rai. La voce di Garibaldi era quella di Arnoldo Foà, la regia di Paolo
Gazzara. L’ho letto su un libro pubblicato in una Catania degli anni
settanta -“immondezzaio di intelligenze e talenti” (Muscetta)- in cui
sopravviveva l’azione culturale di Vito Cavallotto, Vincenzo De
Maria…Grazie.
L’unico
Spettacolo autorizzato è quello neocoloniale. Viviamo dentro una Grande
Bugia e ci hanno convinti che senza “tutela esterna” siamo persi. Roba
da etnopsichiatria, e guai a dire tantikkia di Verità: che noi Siciliani
non siamo migliori nè peggiori di altri Popoli, ma che come tutti gli
altri popoli abbiamo diritto ad essere liberi e indipendenti!. Apriti
cielo!. L’italietta traffichina, pallonara e velinara, che ha divorato
questa nostra Repubblica, tutta (penisola compresa), ti manda al
confino.
L’intellettuale
siciliano è buono quando se ne sta a Milano, magari ad imprecare contro
i Siciliani “figli di tanti dominatori che si sono scopati le loro
madri” per dirla con le parole di quell’essere spregevole che si chiama
Alfio Caruso, sebbene non manchino nell’Isola cariatidi accademiche e
gazzettieri prezzolati capaci di peggio. La cosa non ci sorprende, né ci
indigna. Siamo altro.
Pani, pacenzia e tempu.
@2006-Mario Di Mauro-Fondatore di Terra e LiberAzione